Luca

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Tra pochi giorni inizia la fase 2, non si è capito bene come, non si è capito bene quando, ne per chi. Si è capito che sarà una fase di transizione, che verranno allentate alcune restrizioni, ma non sarà un vero e proprio ritorno alla vita normale. Della serie non godo, ma respiro. È già qualcosa dopo due mesi di isolamento forzato, ma siamo ancora lontani dall’aver superato l’emergenza.

Io non lavoro dal 9 marzo. Sono un soggetto a rischio, parole del mio medico curante. Cardiopatico, due polmoniti in tempi recenti, se il virus avesse gli occhi mi vedrebbe come un angolo perduto di paradiso dove piazzare le tende e passare una vacanza da sogno, lasciando, al momento del check out un cumulo di immondizia e desolazione.

In più vivo con i miei genitori, entrambi anziani, semiautosufficienti. Anche loro merce pregiata, su cui il Corona allungherebbe volentieri le zampe. In effetti sono proprio stati loro la mia fonte di preoccupazione principale in questi mesi. Anche di angoscia in alcuni momenti, perché, loro praticamente già non uscivano di casa da prima e quindi, ogni volta, quelle rare volte che sono uscito per la spesa (e solo per quella, per i farmaci ad esempio abbiamo utilizzato il servizio Pronto farmaco della Croce Rossa, servizio ottimo e volontari gentilissimi), ho sempre avuto un po’ di paura nel cuore al pensiero di poter essere io il vettore di un contagio, che per loro, probabilmente, sarebbe stato una sentenza. E poi ci sono i miei bambini. Io sono separato e ho due figli maschi, di 9 e 5 anni. Anche per loro non è stato, e non sarà, semplice. I giorni in cui sono stati con me ho cercato di fare in modo che fossero il meno pesanti possibile. Il grande fa la quarta elementare e dopo i primi tempi, la didattica a distanza ha iniziato a funzionare, quindi ha avuto lo studio e le videolezioni di cui occuparsi ed è già qualcosa. Ma l’obbligo di stare a casa è stato e sarà pesante, duro e difficile. Le esigenze dei bambini spesso sono antitetiche con quelle degli anziani e ho dovuto fare più il mediatore che il genitore.

Io ho la fortuna di poter lavorare con due delle mie più grandi passioni: la musica e la bicicletta. Entrambe colpite pesantemente da quest’esperienza. La bicicletta in particolare. Sia a livello lavorativo che personale, la primavera rappresenta il momento in cui si riscopre e si innalza il piacere per la bici. Le persone aprono le cantine desiderose di pedalare, la ciclofficina si riempie di mezzi a pedali da sistemare, aggiustare, rottamare, restaurare. Tanti vengono a noleggiare bici a pedalata assistita. Io stesso, comincio ad usarla più assiduamente, per andare a lavorare, per girare per la città, per giri fuori porta, per viaggiare col corpo e con la mente. Quest’anno niente di tutto questo. La cara bicicletta ha avuto un ruolo altalenante nel vissuto e nell’immaginario. Da mezzo dinamico è diventato un mezzo statico. Si è pedalato da fermi, sui rulli, sulle cyclette, sulle spin bike. In casa, guardando uno schermo, o il panorama dalla finestra. Per strada, no però. Guai! Se qualcuno lo ha fatto è stato esposto alla pubblica gogna, irresponsabile, egoista, e se cadi e poi finisci a intasare gli ospedali? Il popolo degli amanti della bici sui social è diventato un popolo di sceriffi e delatori, la bici uno strumento del demonio. Chi l’ha utilizzata per andare a lavorare, anche medici e infermieri, sono stati costretti ad affiggersi un cartello sulla schiena che lo testimoniasse, al fine di evitare insulti e minacce. Spesso vanamente. Adesso, però, attenzione, la bici ha capovolto il suo destino e sta diventando, emmenomale, lo strumento della ripartenza. I sindaci delle grandi città invitano all’uso della bicicletta per gli spostamenti, stanno creando ciclabili temporanee, rubando spazio alle auto. Mammagari fosse. Vedremo che succederà.

Tra pochi giorni inizia la fase 2, ma non si è capito bene come, non si è capito bene quando, ne per chi.

Luca

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